
La lunga attività lavorativa presso Apple, con ruoli da Shop Manager, Sales Trainer e Mentor, unitamente alle formazioni di management, leadership e HR seguite di mia iniziativa, mi hanno insegnato che in un ambiente lavorativo virtuoso non bisogna aver paura di sbagliare.
È chiaro che non si viene assunti per una posizione lavorativa per fare errori gratuitamente e impunemente, ma se nella cultura aziendale e nella sua governance la possibilità di errore é vista come un’opportunità di crescita per la persona e per il team, allora ci troviamo nella possibilità di applicare i fondamentali di resilienza e apprendimento.
Tutti sbagliamo nella vita e dobbiamo accettare la cosa: non é che raggiunto un certo livello di competenza smettiamo di sbagliare, o diventa vietato sbagliare.
Ma un conto é fare un errore, creando danno per dolo, per negligenza o per profitto personale a scapito dell’azienda, altra cosa é perché l’urgenza o la situazione ha creato le condizioni di dover prendere una decisione e purtroppo non si avevano tutte le skills o una visione d’insieme per prenderla senza alcun rischio. E purtroppo é andata male.
In questi casi un manager ha come priorità, a mio modo di vedere, di “contenere i danni” con:
- capire cosa é successo ascoltando tutte le parti coinvolte,
- fare una de-escalation della tensione tra le parti,
- incentivare una comunicazione chiara e onesta tra le stesse,
- a priori difendere la propria azienda e la propria squadra, sapendo che “i panni non vanno lavati in piazza”,
- presentare i fatti in modo oggettivo e le proprie argomentazioni in modo chiaro e senza equivoci,
- proporre soluzioni e se necessario andare verso un compromesso.
Dopo di che arriva il momento di:
- capire il workflow applicato nel proprio team,
- comprendere le informazioni acquisite e l’approccio utilizzato,
- evidenziare le criticità emerse e che hanno portato alla situazione di scontro,
- riconoscere l’origine e le responsabilità del caso, senza dimenticare che “si loda in pubblico e si corregge in privato”,
- creare un report inerente l’incidente con origine, problema e possibili soluzioni, e andare con uno o più trainings verso il team e un coaching per le persone coinvolte,
- se il problema nasce da direttive o formazioni interne, fare un’escalation down-to-up per condividere l’informazione ed evitare il ripetersi di questi casi.
Vediamo quindi la possibilità di:
- uso effettivo di capacità di leadership e management,
- la possibilità di migliorare le capacità dei collaboratori e del team,
- opportunità di team building,
E questo indipendentemente dalla posizione della persona all’origine del misunderstanding che ha generato la crisi, che sia un manager o un semplice impiegato. Anzi, come manager il dimostrare che c’é la possibilità di sbagliare ma che si ha l’opportunità di imparare e migliorarsi, é un’ottimo esempio che si può portare al proprio team.
Ma se invece ci si trova a lavorare in un ambiente di lavoro tossico? Dove la paura di sbagliare e di andare verso delle conseguenze ti fa chiudere la bocca? Dove si preferisce nascondere la sporcizia sotto il tappeto o addirittura scaricare la responsabilità verso altri?
Sono sicuro che tutti abbiamo avuto esperienze di lavoro così, dove l’errore é visto come una ferita sanguinante in un mare pieno di squali che appena sentiranno l’odore del sangue e della paura ti salteranno addosso per divorarti.
Provate a chiudere gli occhi e a trasportare il celebre monologo di Robert Shaw, che interpretava il cacciatore di squali Quint, che descriveva affondamento del”USS Indianapolis e l’attacco degli squali ai sopravvissuti. Provate a pensare se questo é possibile, metaforicamente, in un ambiente di lavoro.
Formazioni di management, leadership e HR indicano un ambiente di lavoro di questo genere come malsano e che come collaboratore dobbiamo porci la domanda se restare e subire, se restare e provare a cambiarlo oppure andarcene.
Invece un manager, quando a conoscenza di un ambiente di lavoro tossico o basato sulla paura ha una sola cosa da fare: intervenire.
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