Poco tempo fa ho visto un video di Roberto Parodi dove, con l’ironia e la chiarezza che lo contraddistinguono, prendeva in giro l’autoreferanzialità delle mamme milanesi agiate (video che ho condiviso sui social).
Autoreferenziale.
È un termine che conosco e che per prima cosa mi porta in mente uno dei sette peccati capitali: la superbia.
Ma forse non si tratta di superbia ma di paura: il fatto di cercare una comfort zone, una bolla, per evitare il confronto con altre realtà e opinioni, e per questo cerco di avere un circolo di persone che la pensano come me, sono del mio stesso livello sociale e di benessere. E questa situazione di ripetere sempre le stesse idee con convinzione, di vedere le cose con gli stessi occhi, di autoconvincersi di essere meglio di tutti gli altri, …. crea un loop che ti porta ad isolarti dal mondo reale e, appunto, di crearsi una visione autoreferenziale di se stessi, del proprio modo di ragionare e di agire.
E, come ho visto in diverse occasioni, responsabili di reparto che fanno pausa caffè o pranzo solamente tra di loro, managers che hanno difficoltà a dialogare e parlare effettivamente con i propri collaboratori, preferendo un ambiente di propri simili dove però si parleranno degli stessi problemi e si vedranno le stesse soluzioni. Praticamente un sistema di caste chiuse, con un dialogo ai minimi termini e forse solamente up-to-down.
Il fatto di avere lavorato diversi anni come shop in shop manager e sales trainer, con un management a matrice, mi ha portato molto facilmente in contatto con i collaboratori dei vari team coinvolti nelle mie attività, e ho potuto vedere le distanze tra i vari ruoli in diversi contesti.
Attenzione: la ricerca dei propri simili, con cultura e background comune, é una cosa molto umana. Pensiamo ai migranti negli ultimi secoli: la creazione delle varie Little Italy, Chinatown, … in giro per il mondo. Il parlare la stessa lingua, di avere la stessa storia, crea automaticamente aggregazione: l’ho visto come studente a Friborgo e in Germania, e con il lavoro a Zurigo, che mi diventava automatico “fare gruppo” con altre persone che parlano italiano. E, onestamente, sapendo che questo può rallentare l’integrazione con la realtà al di fuori di questo gruppo, di imparare la lingua locale, di conoscere altre persone. Provate a rifletterci.
Affrontiamo il problema da un’altra direzione: una delle basi del management, quando si crea un team di collaboratori, é di privilegiare anche la diversità di background professionale, in modo che l’eterogeneità possa portare a creare nuove soluzioni e nuovi approcci, per migliorare l’efficienza del team e dell’azienda.
E questo, come manager, vuol dire essere dentro il team in modo di poter arricchire le proprie skills e le proprie competenze con quello che i collaboratori possono portare come esempio dalle loro esperienze passate. E non solo durante le riunioni o gli one-to-one durante il canonico orario di lavoro: il conoscere i collaboratori durante le pause caffè, i pranzi o le cene di lavoro, o anche in altre occasioni, permette di conoscere le loro aspirazioni, cosa li motiva, la loro storia e il loro background emotivo
Questa é un’opportunità, come manager, poter capire meglio il come poterli utilizzare all’interno del team, cosa può essere dato come compito ad occhi chiusi e cosa potrebbe portare a delle difficoltà, a possibilità di coaching e di miglioramento, per rendere questa risorsa – stipendiata dall’azienda – ancora più efficiente e redditizia, e per costruire le basi di una lunga e proficua collaborazione.
Quindi:
- considerare i vari aspetti e necessità di un vero team building
- per quanto possibile provare a conoscere aspirazioni e potenzialità ancora nascoste dei propri collaboratori
- evitare di passare le proprie pause di lavoro esclusivamente con i propri pari.
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