L’EUROPA SPEZZATA: DAL CRASH DI BERLINO ALLA TRAPPOLA ENERGETICA DEL MEDITERRANEO

INTRODUZIONE: IL CROLLO DI UN’ILLUSIONE L’Europa si scopre oggi più fragile di quanto apparisse soltanto pochi anni fa. La frattura geopolitica del continente non corre più soltanto lungo il confine orientale, tra la Russia e il fianco est della NATO. Attraversa i parlamenti delle principali capitali, passa attraverso la crisi dei vecchi equilibri economici e…

INTRODUZIONE: IL CROLLO DI UN’ILLUSIONE

L’Europa si scopre oggi più fragile di quanto apparisse soltanto pochi anni fa. La frattura geopolitica del continente non corre più soltanto lungo il confine orientale, tra la Russia e il fianco est della NATO. Attraversa i parlamenti delle principali capitali, passa attraverso la crisi dei vecchi equilibri economici e si proietta verso sud, nel Mediterraneo, dove energia, migrazioni, sicurezza marittima e competizione tra potenze regionali si sovrappongono.

Le elezioni regionali tedesche del 20 settembre 2026 rappresentano in questo senso un segnale politico significativo. In Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD ha raggiunto il 37%, superando di poco la SPD, mentre la CDU di Friedrich Merz è precipitata al 5,5%, appena sopra la soglia parlamentare. A Berlino, nello stesso giorno, Die Linke è risultata prima con circa un quarto dei voti, mentre la CDU si è fermata al 20%. Non si tratta di un referendum nazionale, ma il contrasto tra i due risultati mostra una Germania sempre più polarizzata geograficamente e politicamente.

Il dato più importante, tuttavia, non è soltanto l’avanzata di una singola forza politica. È la difficoltà del sistema tedesco nel produrre consenso sufficiente intorno a un progetto economico e strategico condiviso. L’industria deve affrontare costi energetici elevati, la politica deve gestire una crescente frammentazione elettorale e Berlino deve contemporaneamente ridefinire il proprio rapporto con Washington, Mosca e Pechino.

A sud, intanto, il Mediterraneo torna a essere una frontiera strategica. Le rotte del gas, il GNL, le infrastrutture portuali, le crisi in Libia e Medio Oriente e la competizione turco-greca trasformano il bacino mediterraneo in una componente essenziale della sicurezza europea.

L’Europa ha ridotto drasticamente la propria dipendenza dal gas russo, ma non ha eliminato il problema della dipendenza energetica. Lo ha trasformato. Nel 2025 l’UE importava ancora circa 36 miliardi di metri cubi di gas russo; la normativa entrata in vigore nel febbraio 2026 prevede l’eliminazione graduale del GNL russo nel 2026 e del gas russo via tubo entro il novembre 2027. La questione, quindi, non è più se l’Europa voglia diversificare: è se le nuove rotte siano sufficientemente numerose, sicure e competitive da evitare che una vecchia dipendenza venga semplicemente sostituita da una serie di nuove dipendenze.


PARTE I: IL TERREMOTO DI BERLINO E LA CRISI DEL MOTORE FEDERALE

Le elezioni di oggi in Germania non possono essere liquidate come un semplice episodio regionale.

In Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD ha ottenuto circa il 37%, contro il 35,5% della SPD. La CDU è crollata al 5,5%, il suo peggior risultato storico in questo Land e uno dei risultati più problematici mai registrati dal partito. La dinamica è particolarmente significativa perché la SPD governa il Land dal 1998 e la CDU, pur non essendo mai stata dominante, apparteneva al nucleo delle forze tradizionali del sistema tedesco.

A Berlino il quadro è quasi speculare: Die Linke è arrivata prima con circa il 25%, la CDU si è fermata al 20% e l’AfD è rimasta molto più indietro. La Germania, dunque, non sta semplicemente virando a destra o a sinistra. Sta diventando politicamente più frammentata e territorialmente più differenziata.

È questo il problema strategico per Friedrich Merz.

Il cancelliere ha dichiarato di voler rimanere in carica e di voler proseguire il programma di riforme. Ma il risultato della CDU nel nord-est rende evidente la difficoltà di trasformare la stabilità istituzionale della coalizione federale in consenso politico. Reuters ha definito quello della CDU in Meclemburgo-Pomerania il peggior risultato in un’elezione regionale dal 1949, mentre Merz ha definito il risultato una “catastrofe”.

La crescita dell’AfD non significa automaticamente che essa possa governare. Il cosiddetto “cordone sanitario” mantiene infatti un peso decisivo e gli altri partiti continuano, in linea generale, a escludere coalizioni con essa.

Ma il problema per il sistema tedesco è un altro: quanto a lungo è possibile mantenere una barriera politica se una quota crescente dell’elettorato vota proprio il partito escluso dal sistema di coalizione?

Questa è una domanda istituzionale, non una previsione elettorale.

La Germania rischia quindi di entrare in una fase nella quale la formazione di maggioranze richiede coalizioni sempre più complesse, mentre contemporaneamente aumentano le pressioni economiche per interventi rapidi su industria, energia, difesa e infrastrutture.

Il modello tedesco del dopoguerra si fondava su una combinazione particolarmente favorevole: industria competitiva, energia relativamente abbondante, forte integrazione commerciale e stabilità politica.

Oggi almeno tre di questi quattro pilastri sono sottoposti a pressione.


PARTE II: LA FRAMMENTAZIONE DI FRANCIA E REGNO UNITO

La crisi tedesca non si manifesta nel vuoto. Anche gli altri grandi Paesi europei stanno affrontando problemi differenti, ma convergenti.

Francia: potenza politica, fragilità finanziaria

La Francia conserva una delle maggiori capacità militari e diplomatiche del continente, compreso il deterrente nucleare. Ma la sua capacità di trasformare questa forza strategica in leadership europea è condizionata dalla situazione interna.

Il problema più immediato è finanziario.

Nel 2026 il debito pubblico francese è previsto raggiungere circa il 119% del PIL, mentre il deficit rimane superiore al 5% del PIL. La pressione dei mercati sul debito francese è aumentata e il governo è chiamato contemporaneamente a contenere la spesa, finanziare la difesa e sostenere la competitività industriale.

La Francia dispone quindi di uno degli apparati statali più potenti d’Europa, ma deve affrontare una contraddizione strutturale: proprio nel momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di maggiore autonomia strategica, Parigi dispone di meno spazio fiscale per sostenerla.

La questione non è dunque se la Francia sia ancora una grande potenza. Lo è.

La questione è quanto possa utilizzare questa potenza come leva per costruire un progetto europeo alternativo.

Regno Unito: fuori dall’UE, ma dentro la sicurezza europea

Il Regno Unito presenta una situazione diversa.

La Brexit ha ridotto l’integrazione economica con l’Unione, ma Londra conserva capacità militari, diplomatiche, finanziarie e d’intelligence che la rendono uno degli attori centrali della sicurezza europea.

L’effetto economico della Brexit rimane oggetto di valutazioni differenti, ma è documentato che l’incertezza legata al referendum e alle successive negoziazioni abbia frenato la dinamica degli investimenti delle imprese rispetto alla fase precedente al referendum. L’ONS – Office for National Statistics, cioè l’Ufficio nazionale di statistica del Regno Unito – osservò già allora una crescita degli investimenti successiva al 2016 molto più debole rispetto al periodo precedente.

Il paradosso europeo è quindi evidente: il Paese che ha scelto di uscire dall’Unione potrebbe essere sempre più importante per la sua sicurezza.

Londra dispone infatti di una combinazione difficilmente replicabile sul continente: capacità nucleare, marina oceanica, intelligence globale, rapporti privilegiati con gli Stati Uniti e presenza militare in punti strategici del Mediterraneo.

La Brexit ha separato Londra dalle istituzioni europee; non l’ha separata dalla geografia europea.


PARTE III: L’AMERICA DI TRUMP E L’EUROPA A GEOMETRIA VARIABILE

Il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta un ulteriore elemento di frattura.

L’Europa non può più dare per scontato che Washington consideri la sicurezza europea una responsabilità prevalentemente americana. La pressione statunitense affinché gli alleati aumentino la spesa militare ha accelerato una discussione che in Europa era rimasta per decenni incompleta.

Ma l’aumento della spesa militare pone una domanda industriale: chi produrrà le armi che l’Europa acquisterà?

Spendere di più non significa automaticamente costruire autonomia strategica.

Se una parte significativa delle nuove risorse viene utilizzata per acquistare sistemi statunitensi, l’Europa aumenta la propria capacità militare, ma non necessariamente la propria autonomia industriale.

È una differenza fondamentale.

La Germania può aumentare la spesa per la difesa; la Francia può insistere sull’autonomia strategica; il Regno Unito può rafforzare il rapporto transatlantico. Sono tre strategie differenti.

Il rischio è che l’Europa non sviluppi una strategia comune, ma una somma di strategie nazionali.

La questione dei dazi americani va letta nello stesso modo. Non è necessario attribuire a Washington un singolo “diktat” per comprendere il problema: l’economia europea rimane esposta alla politica commerciale americana e contemporaneamente dipendente dal mercato statunitense, dal dollaro e da numerose tecnologie strategiche.

La vulnerabilità europea non deriva quindi da una singola decisione americana.

Deriva dall’assenza di una sufficiente massa critica autonoma.


PARTE IV: IL RISCATTO DEL MEDITERRANEO – ITALIA E SPAGNA

Mentre il centro-nord europeo affronta queste tensioni, il Mediterraneo sta acquisendo un peso economico e strategico crescente.

La Spagna rappresenta il caso più evidente.

La Commissione europea prevede per Madrid una crescita reale del PIL del 2,4% nel 2026, dopo il 2,8% del 2025. La crescita è sostenuta soprattutto dalla domanda interna, dagli investimenti e dall’occupazione.

La Spagna dispone inoltre di una delle maggiori capacità europee di importazione e rigassificazione del GNL e di una capacità crescente di generazione rinnovabile.

Questo non significa che Madrid sia diventata immune dagli shock energetici. L’aumento dei prezzi dell’energia continua a pesare sull’inflazione e sulla competitività.

Ma la geografia spagnola offre un vantaggio che potrebbe diventare strategico: accesso diretto all’Atlantico e al Mediterraneo, infrastrutture GNL e forte sviluppo delle rinnovabili.

L’Italia presenta un quadro diverso.

La crescita è più lenta. Il FMI prevede per il 2026 un aumento del PIL reale dello 0,5%, mentre il debito pubblico continua a rappresentare un vincolo strutturale.

Tuttavia l’Italia possiede una posizione geografica eccezionale.

È contemporaneamente:

  • porta meridionale dell’Europa;
  • terminale del Corridoio Meridionale del Gas;
  • piattaforma mediterranea;
  • ponte verso Nord Africa e Medio Oriente;
  • grande paese manifatturiero;
  • hub potenziale per GNL, gas, elettricità e future risorse energetiche.

Il problema italiano non è quindi la mancanza di posizione strategica.

È la capacità di trasformare questa posizione in una strategia industriale di lungo periodo.

Il Mediterraneo potrebbe diventare per Roma quello che il Reno e l’Europa orientale sono stati per Berlino: un vantaggio geografico trasformato in vantaggio economico.

Ma soltanto se infrastrutture, energia, diplomazia e industria verranno trattate come parti dello stesso sistema.


PARTE V: IL TEATRO IBRIDO DEL MEDITERRANEO

Il Mediterraneo non è soltanto una frontiera energetica.

È anche una frontiera militare.

La Grecia ha reagito alla crescente competizione con la Turchia attraverso un significativo programma di modernizzazione delle proprie forze armate. Atene ha acquisito 24 Rafale e ha sottoscritto programmi per le fregate FDI/Belharra; il ministero della Difesa greco descrive esplicitamente questi programmi come parte del rafforzamento della capacità di deterrenza nazionale.

La Turchia, contemporaneamente, sta perseguendo una politica estera più autonoma rispetto a quella degli altri membri NATO.

La dottrina della Mavi Vatan non deve essere interpretata semplicemente come una politica aggressiva, ma come l’espressione di una concezione turca dello spazio marittimo e della proiezione di potenza che entra frequentemente in contrasto con gli interessi greci e ciprioti.

Questo rende il Mediterraneo orientale uno spazio nel quale energia e sicurezza sono inseparabili.

La Libia e il problema dei flussi migratori

La Libia rappresenta il punto nel quale questa sovrapposizione diventa più evidente.

Il Paese rimane diviso tra strutture politiche e militari concorrenti e continua a essere influenzato da attori esterni.

La presenza turca nell’ovest e quella russa nell’est sono elementi della competizione geopolitica libica, ma la situazione è più complessa della semplice divisione “Turchia contro Wagner”: esistono attori locali, interessi energetici, milizie, istituzioni concorrenti e dinamiche tribali che rendono la Libia uno dei dossier più difficili del Mediterraneo.

Anche la migrazione deve essere interpretata con cautela.

È documentato che alcuni Stati abbiano utilizzato il controllo dei flussi migratori come strumento di pressione politica. Ma non ogni flusso migratorio può essere descritto come un’operazione deliberata di guerra ibrida.

Il punto strategico europeo è un altro: quando le frontiere esterne dell’Unione sono concentrate in pochi Paesi mediterranei, una crisi migratoria diventa automaticamente una crisi politica europea.

Italia, Grecia e Spagna sostengono quindi un costo geopolitico che riguarda l’intero spazio Schengen.

La questione migratoria non è soltanto una questione di numeri.

È una questione di distribuzione dei costi e delle responsabilità.


PARTE VI: LA BATTAGLIA DELL’ENERGIA

Qui si trova probabilmente la questione strategica più importante dell’intero quadro.

L’Europa ha reagito alla crisi energetica successiva all’invasione russa dell’Ucraina modificando radicalmente la propria struttura di approvvigionamento.

La quota del gas russo nelle importazioni europee è crollata rispetto al 2021. Ma nel 2025 l’UE importava ancora 36 miliardi di metri cubi di gas russo. La nuova normativa europea punta a eliminare completamente il GNL russo entro la fine del 2026 e il gas russo via tubo entro il 30 novembre 2027.

Questo rappresenta un cambiamento storico.

Ma la diversificazione non equivale all’indipendenza.

L’Europa ha sostituito parte del gas russo con:

  • GNL statunitense;
  • GNL qatariota;
  • gas norvegese;
  • gas algerino;
  • gas azero;
  • gas proveniente dal Mediterraneo orientale;
  • maggiore produzione rinnovabile;
  • riduzione dei consumi.

Il problema è che ciascuna di queste fonti presenta una propria vulnerabilità.

Il GNL dipende dalle rotte marittime e dalla capacità globale di liquefazione.

Il gas norvegese dipende da infrastrutture concentrate nel Mare del Nord.

Il gas algerino dipende dalla stabilità politica del Nord Africa.

Il gas azero dipende dal Caucaso e dal Corridoio Meridionale.

Il gas del Mediterraneo orientale dipende dalla stabilità del Levante e dai rapporti tra Israele, Cipro, Egitto e Turchia.

L’energia europea non è quindi diventata meno geopolitica.

È diventata più diversificata, ma anche più complessa.


PARTE VII: CRONOS E IL NUOVO HUB DEL MEDITERRANEO ORIENTALE

In questo quadro, il progetto cipriota Cronos rappresenta uno sviluppo particolarmente interessante.

Nel luglio 2026 Eni ha annunciato la Final Investment Decision per lo sviluppo del giacimento offshore di Cronos, nel Blocco 6 di Cipro. L’obiettivo dichiarato è portare il primo gas sul mercato nel 2028.

La caratteristica strategica del progetto è soprattutto infrastrutturale.

Il gas non verrà portato direttamente in Europa attraverso un nuovo gigantesco gasdotto. Verrà invece trasferito alle infrastrutture egiziane esistenti, trattato attraverso il sistema Zohr e liquefatto nell’impianto di Damietta per essere successivamente esportato come GNL, principalmente verso i mercati europei.

È un modello molto più flessibile rispetto al progetto EastMed originario.

L’Egitto può infatti trasformarsi in una piattaforma regionale per la raccolta, trasformazione e liquefazione del gas del Mediterraneo orientale.

Cipro, Egitto, Israele e Unione Europea vengono così collegati non da una singola infrastruttura, ma da una rete energetica.

Ed è proprio questa la nuova logica energetica europea.

Non esiste più un unico “rubinetto”.

Esistono molti rubinetti, molte rotte e molti possibili colli di bottiglia.

La sicurezza aumenta attraverso la diversificazione, ma aumenta anche la complessità della gestione.


PARTE VIII: AZERBAIGIAN, TAP E IL PROBLEMA DELLA “PUREZZA” ENERGETICA

Il Corridoio Meridionale del Gas rappresenta uno dei principali strumenti europei per ridurre la dipendenza dalla Russia.

Il gas proveniente dal giacimento Shah Deniz attraversa Azerbaigian, Georgia e Turchia prima di raggiungere l’Europa attraverso il TAP.

Shah Deniz rimane un grande progetto produttivo: la capacità complessiva può arrivare a circa 26 miliardi di metri cubi annui, con circa 10 miliardi destinati ai consumatori europei. La struttura societaria comprende BP come operatore, TPAO, Lukoil, SOCAR/SGC e altri partner; Lukoil – russa – possiede il 19,99%.

Questo dato è importante.

Ma non autorizza, da solo, a sostenere che il gas del TAP sia “in gran parte russo”.

Il sistema energetico del Caucaso è infatti interconnesso e l’Azerbaigian ha avuto rapporti energetici con la Russia, compresi accordi di scambio del gas.

Il punto strategico è quindi più sottile.

In un sistema fisico interconnesso, la provenienza commerciale di una molecola di gas e la provenienza fisica del gas presente in una rete non coincidono necessariamente.

Questo rende molto difficile attribuire un’origine nazionale a ogni molecola che arriva in Europa.

La vera questione non è dunque dimostrare che “il gas azero è russo”.

La questione è capire quanto sia realmente autonoma la catena di approvvigionamento azera e quanto sia resiliente il Corridoio Meridionale in caso di crisi geopolitica nel Caucaso.

Questa è una domanda molto più seria e, soprattutto, più utile.

Perché se l’obiettivo europeo è eliminare la dipendenza strategica da Mosca, sostituire una dipendenza diretta con una filiera nella quale persistano vulnerabilità indirette sarebbe un risultato soltanto parziale.

Non è necessario parlare di “bluff”.

È sufficiente parlare di dipendenza residua.


CONCLUSIONE: UN’EUROPA A GEOMETRIA VARIABILE

L’Europa del 2026 è molto diversa dall’Europa immaginata dopo il crollo del Muro di Berlino.

Per decenni il modello europeo si è basato su una serie di assunzioni:

energia relativamente economica;
sicurezza garantita dagli Stati Uniti;
espansione commerciale verso Est;
stabilità politica tedesca;
cooperazione franco-tedesca;
Mediterraneo relativamente periferico;
globalizzazione come motore della crescita.

Quasi tutte queste assunzioni sono oggi sottoposte a revisione.

La Germania non è più il motore indiscusso dell’Europa. La Francia possiede enormi capacità strategiche ma affronta una situazione finanziaria difficile. Il Regno Unito è fuori dall’Unione ma rimane indispensabile per la sicurezza continentale.

Nel Mediterraneo, invece, stanno crescendo il peso strategico di Italia, Spagna e Grecia. E l’importanza della Turchia – partner NATO ma con la candidatura per entrare nell’UE bloccata – , a cavallo tra i due continenti.

Non significa che il baricentro dell’Europa si sia semplicemente spostato verso sud.

Significa che il Sud europeo sta acquisendo un valore strategico che prima non possedeva.

Italia e Spagna dispongono di accesso alle rotte del GNL, di infrastrutture energetiche e di una posizione geografica privilegiata. La Grecia è diventata un attore militare più rilevante nel Mediterraneo orientale. Cipro e l’Egitto possono diventare nodi della nuova rete energetica regionale.

Ma questi Paesi non possono trasformare automaticamente il vantaggio geografico in autonomia strategica.

L’Italia rimane vincolata dal debito e dalla bassa crescita. La Spagna deve consolidare la propria posizione fiscale e industriale. La Grecia rimane fortemente dipendente dalle alleanze esterne.

E nessuno dei tre possiede da solo la massa critica necessaria per competere con Stati Uniti, Cina o Russia.

La nuova Europa potrebbe quindi assumere una forma diversa da quella conosciuta negli ultimi trent’anni.

Un Centro politico più fragile.

Un Sud mediterraneo più importante.

Un Regno Unito esterno all’UE ma centrale per la sicurezza.

Una Germania ancora economicamente fondamentale ma politicamente più difficile da governare.

E soprattutto una rete energetica nella quale la diversificazione ha ridotto alcune dipendenze senza eliminarne la natura geopolitica.

Questo è il vero paradosso della transizione europea.

L’Europa ha cercato di liberarsi dalla dipendenza russa.

Ci è riuscita in misura significativa.

Ma per farlo ha dovuto costruire una rete di relazioni energetiche che passa attraverso Norvegia, Stati Uniti, Medio Oriente, Nord Africa, Azerbaigian, Turchia, Egitto e Mediterraneo orientale.

La dipendenza non è scomparsa.

È stata distribuita.

Ed è proprio questa distribuzione che rende l’Europa contemporaneamente più resiliente rispetto a una singola crisi e più esposta a una molteplicità di crisi.

Il problema strategico dei prossimi dieci anni non sarà quindi soltanto trovare energia.

Sarà garantire che le infrastrutture attraverso le quali quell’energia arriva siano politicamente, militarmente ed economicamente sicure.

Il Mediterraneo diventa così qualcosa di più di una frontiera meridionale.

Diventa uno dei possibili centri della nuova sicurezza europea.

E l’Europa, per la prima volta dopo decenni, dovrà imparare a considerare energia, industria, difesa, migrazioni e politica estera non come problemi separati, ma come parti dello stesso business case geopolitico.

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