Sono sempre stato una persona curiosa.
Da bambino ero attratto dagli animali, dai razzi, dallo Space Shuttle e soprattutto dai dinosauri. Anzi, a dire la verità, i dinosauri erano una vera e propria ossessione. Inizialmente era il Mesozoico a catturare la mia immaginazione, ma con il tempo iniziai a spingermi sempre più indietro nel passato della Terra, verso il Permiano e il Carbonifero, cercando di capire cosa fosse esistito prima dei grandi rettili e quali eventi avessero plasmato il mondo molto prima della loro comparsa. Le grandi estinzioni, l’evoluzione della vita e la storia profonda del nostro pianeta mi affascinavano enormemente.
Ripensandoci oggi, credo che quella passione infantile fosse semplicemente la manifestazione più evidente di qualcosa di più profondo: il desiderio di capire il mondo.
Da giovane, però, commisi un errore che riconosco oggi con una certa autoironia. Ero piuttosto negato con le lingue e probabilmente peccavo anche di una certa supponenza. Pensavo che il talento che avevo per alcune materie bastasse. Credevo che le discipline tecniche e scientifiche fossero sufficienti per comprendere la realtà. Questo mi portò verso percorsi professionali che mi hanno dato molte soddisfazioni e che rifarei senza esitazione, ma che per molto tempo non sentii completamente miei dal punto di vista culturale.
Mentre ero attratto dalla tecnologia, dalle scienze naturali e dal funzionamento delle cose, guardavo quasi con indifferenza discipline come la filosofia e la psicologia. Le consideravo materie interessanti ma lontane, poco concrete rispetto a ciò che mi appassionava. Solo molti anni dopo avrei capito quanto fosse limitata quella visione. Oggi penso che comprendere come ragionano gli esseri umani sia importante quanto comprendere come funziona una galassia, un ecosistema o un microprocessore.
Circa trent’anni fa lessi per curiosità Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder e successivamente L’enigma del solitario. Fu una vera folgorazione. Quello che pensavo fosse semplicemente un libro sulla storia della filosofia si rivelò invece essere molto di più. Era una storia delle idee, una storia dell’uomo e, in larga misura, una storia della scienza.
Amo la storia. Amo la scienza. Eppure non avevo mai pensato seriamente di approfondire la storia della scienza. Fu allora che iniziai a comprendere una cosa che oggi mi sembra quasi ovvia: i primi scienziati erano filosofi.
Nella Grecia classica non esisteva ancora la specializzazione come la intendiamo oggi e chi studiava il mondo studiava contemporaneamente la matematica, la geometria, la natura, l’etica, la politica e le stelle. La conoscenza era considerata un insieme organico e non una somma di discipline separate. Comprendere il moto degli astri, interrogarsi sulla giustizia, osservare gli animali o cercare principi matematici universali facevano parte della stessa ricerca. In fondo era sempre la stessa domanda: come funziona il mondo e quale posto occupiamo al suo interno?
Pensatori come Socrate, Platone, Aristotele e Archimede continuano ancora oggi a vivere nelle nostre scuole, nelle università e perfino nel nostro modo di pensare. Lo stesso vale per figure del mondo romano come Plinio il Vecchio o Lucio Anneo Seneca. Leggendo le loro opere si scopre qualcosa di sorprendente: molte delle domande che consideriamo moderne erano già presenti allora. Cambiano gli strumenti, cambiano le conoscenze disponibili e cambiano le risposte, ma le domande fondamentali rimangono spesso le stesse.
Forse è proprio questo uno degli aspetti che più mi affascina della storia della scienza. L’uomo che osservava il cielo dalla Grecia di 2500 anni fa e lo scienziato che oggi analizza i dati del telescopio spaziale James Webb sono separati da un abisso di conoscenze, ma sono accomunati dalla stessa meraviglia.
A scuola, nei libri di storia, nei documentari e nei film il viaggio proseguì poi verso il periodo che per molto tempo ho considerato l’età oscura della nostra civiltà: il Medioevo.
La caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. segnò la fine di un mondo. Le invasioni, la perdita di stabilità politica, l’analfabetismo diffuso e il declino delle grandi strutture amministrative produssero conseguenze enormi. La chiusura dell’Accademia di Atene da parte di Giustiniano nel 529 d.C. rappresenta uno dei simboli di quella trasformazione. Per molti aspetti sembrava davvero che l’orologio della storia fosse tornato indietro.
Per anni ho condiviso una visione piuttosto semplice di quel periodo. Da una parte il sapere antico e dall’altra il dogmatismo religioso. Da una parte la ricerca della conoscenza e dall’altra l’oscurantismo.
Poi, come spesso capita quando si approfondisce un argomento, il quadro iniziò a complicarsi.
Ed è qui che entra in gioco una delle lezioni più importanti che la storia mi abbia insegnato: diffidare del manicheismo.
La realtà raramente può essere separata in buoni e cattivi.
È certamente vero che in diverse epoche il potere religioso abbia ostacolato la libertà di ricerca e di pensiero. È altrettanto vero, però, che una parte enorme del sapere dell’antichità si è conservata grazie al lavoro di monaci, scribi, studiosi bizantini e studiosi musulmani che per secoli hanno copiato, tradotto e preservato opere che altrimenti sarebbero andate perdute.
La storia è più complessa delle semplificazioni con cui spesso la raccontiamo.
Pochi libri hanno saputo trasmettermi questa sensazione quanto Il nome della rosa di Umberto Eco e il film di Jean-Jacques Annaud che ne è stato tratto. Al di là della trama e dell’indagine, ciò che mi colpì profondamente fu il tema della conoscenza come strumento di potere. I libri nascosti. Le idee proibite. La paura che alcune persone potessero leggere, sapere e comprendere.
Guardandolo oggi mi rendo conto che il vero protagonista non è il monastero medievale. È il rapporto tra sapere e autorità. Un tema che attraversa tutta la storia umana e che continua a manifestarsi sotto forme diverse ancora nel XXI secolo.
Nel 2018, durante un trekking da Bologna a Firenze con la mia compagna Alessia, ricevetti in regalo il volume Galilei, lettere copernicane – sentenza e abiura, curato da Roberto Carnero. Fu una lettura estremamente interessante perché mi permise di vedere Galileo sotto una luce diversa da quella semplificata che spesso viene proposta.
Galileo non era l’ateo ribelle che combatteva la religione.
Al contrario, era una persona profondamente credente.
Nelle sue osservazioni non vedeva l’assenza di Dio ma la grandezza della Creazione. Osservava l’universo e ne rimaneva affascinato. Il punto di scontro non era tanto la fede quanto il diritto di interpretare la realtà alla luce delle evidenze che emergevano dalle osservazioni.
Ed è forse proprio questo che continua a rendere la sua vicenda così attuale. Non riguarda soltanto l’astronomia del Seicento. Riguarda il rapporto tra evidenze, autorità, libertà intellettuale e potere.
Proseguendo questo percorso di letture e approfondimenti mi sono imbattuto anche in figure come Walter Raleigh, Francis Walsingham e John Dee, in parte grazie ai film Elizabeth e Elizabeth: The Golden Age di Shekhar Kapur. Attraverso di loro ho iniziato a guardare il XVI e il XVII secolo con occhi diversi. Un’epoca di grandi esplorazioni geografiche, di straordinarie scoperte e, allo stesso tempo, di enormi conflitti religiosi e politici.
Lo Scisma luterano, quello anglicano, le guerre di religione e le persecuzioni mostrano quanto fosse difficile accettare la diversità di pensiero. L’intolleranza non apparteneva a una sola parte. Ancora una volta emerge la tentazione di dividere il mondo in blocchi contrapposti: veri credenti contro eretici, amici contro nemici, giusti contro sbagliati.
Una tentazione che, a ben vedere, continua ancora oggi ad accompagnarci.
Successivamente arrivò Darwin.
E con lui una delle rivoluzioni intellettuali più profonde della storia umana.
Leggere Viaggio di un naturalista intorno al mondo significa quasi assistere in diretta alla nascita di una nuova visione della natura. Durante il viaggio sul Beagle, Darwin osserva, raccoglie campioni, studia fossili, confronta specie e prende appunti in continuazione. Ogni osservazione aggiunge un tassello a un quadro che lentamente inizia a prendere forma.
La cosa affascinante è che quel quadro non coincide più con l’immagine tradizionale del mondo tramandata per secoli.
La Terra appare immensamente più antica.
Le specie sembrano collegate tra loro.
Alcune sono scomparse.
Altre mostrano sorprendenti affinità nonostante siano separate da oceani e continenti.
La natura racconta una storia molto più lunga e complessa di quanto si fosse immaginato.
Darwin non stava semplicemente cambiando la biologia. Stava modificando il posto dell’uomo nella natura.
Come Copernico aveva mostrato che la Terra non occupava il centro dell’universo, Darwin mostrò che l’umanità non occupava una posizione separata dal resto della vita.
Comprendere oggi quanto fosse sconvolgente questa idea è difficile. Siamo cresciuti considerandola quasi ovvia. Ma per moltissime persone dell’Ottocento rappresentava una rivoluzione culturale enorme.
Su questo tema ho trovato particolarmente interessante anche A cena con il dinosauro di Edward Dolnick. Il libro mostra molto bene il mondo vittoriano, un’epoca in cui molti scienziati erano ancora uomini di fede e in cui le università più prestigiose ospitavano studiosi che erano al tempo stesso anche uomini di Chiesa.
Le miniere, la geologia e la paleontologia stavano però portando alla luce una quantità crescente di prove. Le rocce raccontavano una storia. I fossili ne raccontavano un’altra. E tutte sembravano indicare un passato molto più lungo e complesso di quanto si fosse immaginato fino a quel momento.
Mi ha sempre colpito pensare che molti protagonisti di quella rivoluzione scientifica non cercassero di distruggere la fede. Al contrario. Cercavano Dio nella natura e si trovarono davanti a una realtà immensamente più vasta e sorprendente di quella che avevano immaginato.
Da qui il passo verso il Novecento è quasi inevitabile.
Nel giro di poco più di un secolo arrivano la relatività, la meccanica quantistica, la genetica moderna, l’energia nucleare, l’informatica e l’esplorazione spaziale. Opere come Oppenheimer di Kai Bird e Martin Sherwin o La leggendaria storia di Heisenberg e dei fisici di Farm Hall di Gabriella Greison permettono di capire che dietro queste scoperte non ci sono soltanto formule e laboratori.
Ci sono esseri umani.
Ci sono ambizioni.
Ci sono paure.
Ci sono convinzioni morali.
Ci sono dubbi.
E proprio questo aspetto mi sembra fondamentale. La storia della scienza non è la storia di formule astratte ma la storia di persone che cercano di comprendere la realtà con gli strumenti a loro disposizione.
Forse è anche per questo che oggi continuo a interrogarmi su un apparente paradosso.
Viviamo in una società che utilizza ogni giorno tecnologie basate sulla relatività, sulla fisica quantistica, sull’elettromagnetismo, sulla chimica dei materiali e sull’informatica. Lo smartphone che quasi tutti portiamo in tasca è il risultato di secoli di ricerca scientifica. Mai come oggi l’umanità ha avuto accesso a una quantità così grande di conoscenze.
Eppure continuiamo a vedere fondamentalismi religiosi, ideologici e politici. Continuiamo a vedere persone che preferiscono certezze semplici a realtà complesse. Continuiamo a vedere conflitti costruiti su identità assolute e verità indiscutibili.
Perché?
Credo che la risposta sia almeno in parte psicologica. Gli esseri umani non cercano soltanto conoscenza. Cercano significato, appartenenza, sicurezza e una narrazione che permetta loro di orientarsi in un mondo estremamente complesso.
Ed è qui che mi torna spesso alla mente uno dei racconti più antichi e allo stesso tempo più attuali della filosofia occidentale: il mito della caverna di Platone.
Più di duemila anni fa Platone immaginava uomini incatenati che osservavano ombre proiettate su una parete, scambiandole per la realtà. Oggi non viviamo più in una caverna, ma il rischio di confondere le ombre con la realtà non è affatto scomparso. Anzi, sotto certi aspetti è diventato ancora più sofisticato.
Le informazioni che riceviamo ogni giorno passano attraverso media, piattaforme digitali, algoritmi, interessi economici e interessi politici. Non sempre l’obiettivo è comprendere meglio il mondo. Spesso l’obiettivo è orientare il consenso, influenzare comportamenti, sostenere interessi particolari o preservare posizioni di potere. La tecnologia che avrebbe dovuto renderci più informati rischia talvolta di trasformarsi in uno strumento capace di rinchiuderci in nuove versioni della caverna di Platone.
Per questo motivo continuo a pensare che la storia della scienza sia molto più della storia delle scoperte scientifiche.
È la storia del rapporto tra conoscenza e potere.
Tra curiosità e paura.
Tra libertà di pensiero e controllo dell’informazione.
È la storia di uomini e donne che hanno cercato di guardare oltre le ombre proiettate sulla parete per capire cosa ci fosse realmente al di là di esse.
Forse è proprio questo il filo rosso che collega Platone, Galileo, Darwin, Einstein, Oppenheimer e molti altri protagonisti della storia della conoscenza. Nessuno di loro si è limitato ad accettare ciò che appariva evidente. Tutti, in modi diversi, hanno cercato di comprendere cosa si nascondesse oltre.
Ripensandoci oggi, credo che il bambino che amava i dinosauri stesse già cercando tutto questo senza saperlo. Pensava di interessarsi ai fossili, agli animali estinti o alle ere geologiche. In realtà stava inseguendo domande molto più grandi.
Domande sulla natura.
Domande sulla conoscenza.
Domande sull’uomo.
E forse, dopo tutti questi anni, continuo ancora a cercare le stesse risposte.
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