
Questa sera guardavo i Mondiali di atletica insieme alle mie figlie. A un certo punto la discussione è caduta sugli atleti russi. Possono partecipare in determinate circostanze, ma non rappresentare pienamente la propria nazione, la propria bandiera, il proprio inno.
E mi sono chiesto: siamo davvero sicuri che questa sia una buona idea?
Prima di proseguire, sgombriamo il campo dagli equivoci.
La Russia ha invaso l’Ucraina. È un fatto. Non serve minimizzare né cercare scorciatoie dialettiche. Ma se vogliamo capire come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto come uscirne, dobbiamo essere capaci di guardare il quadro completo e non soltanto la sua ultima fotografia.
Negli ultimi trent’anni la NATO si è progressivamente espansa verso est. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, poi i Paesi baltici, la Romania, la Bulgaria e altri ancora. Per le nazioni entrate nell’Alleanza Atlantica si è trattato di una libera scelta sovrana. Per Mosca, invece, la percezione è stata molto diversa: vedere un’alleanza militare nata durante la Guerra Fredda avvicinarsi sempre più ai propri confini.
Ripeto: percezione.
Perché in geopolitica le percezioni contano spesso quanto la realtà.
Molti occidentali sembrano dimenticare cosa accadde nel 1962 durante la crisi dei missili di Cuba. Gli Stati Uniti considerarono intollerabile la presenza di missili nucleari sovietici a pochi minuti di volo dal proprio territorio. Il mondo arrivò a un passo dalla guerra nucleare.
La crisi si concluse quando Mosca ritirò i missili da Cuba e Washington ritirò, più discretamente, i propri missili Jupiter dalla Turchia. Possiamo pensare che il problema era nato proprio da questi ultimi…
Si può discutere per giorni sulle differenze tra i due casi. Ma il principio rimane interessante: nessuna grande potenza gradisce la presenza di strutture militari potenzialmente ostili in prossimità dei propri confini strategici.
Spiegare questo non significa giustificare l’invasione dell’Ucraina.
Significa semplicemente ricordare che la politica internazionale non è fatta di fumetti con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.
E proprio per questo trovo profondamente miope ciò che è accaduto nello sport.
Mi metto nei panni di un ragazzo o di una ragazza russa.
Anni di allenamenti. Migliaia di ore di sacrifici. Rinunce. Dolori. Delusioni. Successi.
E poi, arrivato al massimo livello, ti viene detto che non sei giudicato principalmente per quello che fai, ma per il passaporto che possiedi.
Qual è l’obiettivo?
Punire Putin?
Influenzare il Cremlino?
Cambiare la società russa?
Perché se l’obiettivo è quest’ultimo, temo che siamo di fronte a un gigantesco errore strategico.
La storia dimostra che le società cambiano soprattutto quando entrano in contatto con altre società.
Pensiamo all’Unione Sovietica degli anni Ottanta.
La glasnost e la perestrojka non nacquero nel vuoto. Certamente furono conseguenza di problemi economici profondi, di una crisi strutturale del sistema e della leadership di Gorbaciov. Ma furono anche favorite da una generazione che guardava oltre i propri confini.
Giovani che ascoltavano musica occidentale.
Giovani che cercavano VHS di film occidentali.
Giovani che bevevano Pepsi e Coca-Cola.
Giovani che cominciavano a confrontarsi con stili di vita differenti.
Le idee passavano attraverso i contatti umani molto prima che attraverso i trattati diplomatici.
E lo sport era uno dei canali privilegiati di questo confronto.
Lo sport permette di viaggiare.
Di conoscere.
Di confrontarsi.
Di stringere amicizie.
Di scoprire che dall’altra parte non esistono mostri, ma persone.
Proprio per questo trovo paradossale la scelta occidentale.
Se davvero si vuole favorire una Russia più aperta, più europea, più integrata, perché colpire proprio quegli strumenti che favoriscono il dialogo tra i popoli?
A meno che l’obiettivo non sia affatto quello dichiarato.
Perché qui emerge una contraddizione che raramente viene discussa.
Da anni sentiamo dire che il nazionalismo russo è uno dei principali problemi da combattere.
Eppure molte delle decisioni prese dall’Occidente finiscono per alimentarlo.
Quando un atleta russo viene escluso o privato dei propri simboli nazionali, quale messaggio arriva realmente in Russia?
Che Putin ha torto?
Oppure che l’Occidente disprezza la Russia nel suo insieme?
La risposta dovrebbe essere ovvia.
Ogni esclusione diventa carburante per la propaganda del nazionalismo russo.
Ogni sanzione simbolica diventa una prova da esibire.
Ogni gesto punitivo viene presentato come dimostrazione dell’ostilità occidentale verso il popolo russo.
E la cosa più sorprendente è che spesso siamo noi stessi a fornire quel materiale.
La narrativa dell’accerchiamento della Russia, della Russia assediata, della Russia che deve difendersi dall’Occidente, esiste da molto prima di Putin. Fa parte della storia politica russa da secoli. Napoleone, Hitler, … e ora la NATO?
Ma negli ultimi anni politica, media e opinione pubblica occidentali hanno finito, talvolta inconsapevolmente, per offrirle continui argomenti di sostegno.
È difficile convincere un cittadino russo che l’Occidente distingue tra governo e popolazione quando poi si colpiscono artisti, studenti, ricercatori e atleti.
In quel momento la distinzione scompare.
Rimane soltanto la sensazione di essere respinti.
E un popolo che si sente respinto non si apre.
Si chiude. Si arrocca. Si radicalizza.
Esattamente il contrario di ciò che si sostiene di voler ottenere.
Per questo considero la politicizzazione dello sport non soltanto ingiusta nei confronti degli atleti, ma anche profondamente controproducente.
Lo sport dovrebbe essere uno dei pochi luoghi in cui le nazioni si sfidano senza spararsi addosso.
Uno dei pochi terreni capaci di trasformare la rivalità in rispetto reciproco.
Uno dei pochi spazi in cui un ragazzo di Mosca, uno di Kiev, uno di Zurigo, uno di Roma o uno di New York possono scoprire di avere molto più in comune di quanto raccontino i telegiornali.
Quando trasformiamo anche lo sport in un campo di battaglia politico, perdiamo qualcosa che sarà molto più difficile ricostruire di una medaglia o di una classifica.
Perdiamo un ponte.
E la storia insegna che costruire ponti richiede decenni.
Distruggerli richiede un attimo.
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