What if… il dossier Al Qaida fosse stato trattato diversamente dopo l’11 settembre?

Washington D.C., 12 settembre 2001
La Situation Room era silenziosa.
Sul muro scorrevano ancora le immagini delle Torri Gemelle. Fumo, acciaio contorto, sirene.
Il presidente Bush osservava lo schermo senza parlare.
Attorno al tavolo erano seduti il vicepresidente Cheney, il segretario di Stato Colin Powell, il direttore della CIA George Tenet, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e alcuni rappresentanti dei capi di stato maggiore.
Fu Cheney a rompere il silenzio.
«Dobbiamo colpire. Subito.»
Nessuno chiese dove.
Non ce n’era bisogno.
Afghanistan.
Powell si sporse in avanti.
«Colpire chi?»
Cheney lo guardò.
«I Talebani. Al Qaeda. Chiunque li protegga.»
«Questa è una risposta emotiva.»
La temperatura nella stanza si abbassò di qualche grado…
Powell continuò.
«Signor Presidente, ieri non siamo stati attaccati da un esercito. Nessuna portaerei ha bombardato New York. Nessuna divisione corazzata ha attraversato un confine.»
Indicò le fotografie degli attentatori.
«Siamo stati attaccati da una rete.»
Rumsfeld sbuffò.
«Le reti hanno bisogno di un territorio.»
«Vero» rispose Powell. «Ma occupare un paese per catturare una rete significa giocare la partita che il nemico vuole farci giocare.»
George Tenet rimase in silenzio per qualche istante.
Poi aprì una cartella.
«Signor Presidente, abbiamo un’altra opzione.»
Bush alzò lo sguardo.
«Sentiamo.»
Tre giorni dopo.
Una presentazione segreta della CIA.
Nessuna mappa dell’Afghanistan.
Nessun piano di invasione.
Solo linee.
Cerchi.
Conti bancari.
Numeri di telefono.
Fondazioni caritatevoli.
Società di copertura.
Corrieri.
«Questa è Al Qaeda» disse Tenet.
Cheney osservò lo schermo con scetticismo.
«Mi sembra una banca, non un’organizzazione terroristica.»
«Esattamente.»
Tenet cambiò diapositiva.
«Un campo di addestramento si può ricostruire in poche settimane. Un conto sequestrato no. Un intermediario arrestato no. Una rete finanziaria compromessa no.»
Intervenne un funzionario del Tesoro.
«Al Qaeda vive di denaro. Donazioni. Trasferimenti informali. Fondazioni religiose. Intermediari commerciali.»
Indicò il grafico.
«Se blocchiamo il denaro, paralizziamo il movimento.»
Bush rimase in silenzio.
Poi pronunciò poche parole.
«Quanto tempo ci vuole?»
«Anni.»
Rumsfeld sorrise sarcasticamente.
«Politicamente impossibile.»
Ma Bush non sembrava convinto.
«E se funziona?»
La risposta arrivò dalla CIA.
«Allora non dovremo invadere mezzo mondo.»
Ottobre 2001.
Nessuna grande invasione americana.
Nessuna armata da centomila uomini.
I giornalisti aspettavano la guerra.
La guerra non arrivava.
Almeno non quella che immaginavano.
Mentre il mondo guardava verso Kabul, centinaia di analisti dell’NSA lavoravano giorno e notte.
Messaggi.
Telefonate.
Email.
Registrazioni satellitari.
Movimenti bancari.
L’operazione ricevette un nome che nessun politico pronunciò mai pubblicamente.
Long Shadow.
Ombra Lunga.
A Langley, gli archivi della guerra sovietico-afghana vennero riaperti.
Vecchi contatti.
Capi tribali.
Trafficanti.
Interpreti.
Ex combattenti.
Intere reti dimenticate tornarono improvvisamente utili.
Nel frattempo, a Mosca, accadde qualcosa di impensabile.
Putin autorizzò una limitata cooperazione.
Non amicizia.
Non alleanza.
Interesse comune.
Nelle repubbliche ex sovietiche apparvero basi condivise.
Tagikistan.
Uzbekistan.
Turkmenistan.
Ufficialmente centri logistici.
In realtà piattaforme per una guerra invisibile.
Novembre 2001.
Il primo risultato.
Alle 20:00 tutte le televisioni americane interruppero la programmazione.
Apparve il volto di un dirigente di Al Qaeda.
Sotto la foto, una scritta.
Responsabile di attentati contro cittadini americani.
L’immagine successiva mostrò un MH-60 che atterrava di notte.
Poi la stessa persona ammanettata.
Ultima scritta:
CATTURATO
Durò quindici secondi.
Nessuna spiegazione.
Nessun dettaglio.
Nessuna domanda.
La Casa Bianca non commentò.
Fu solo l’inizio.
Mese dopo mese.
Un bunker distrutto.
Un finanziatore arrestato.
Un deposito di armi fatto esplodere da un missile da crociera.
Un capo locale desaparecido.
Una rete smantellata.
Il pubblico americano iniziò a comprendere.
La guerra c’era.
Semplicemente era diversa.
In Europa, le polemiche su Echelon cambiarono improvvisamente tono.
Per anni era stato descritto come un mostro della sorveglianza.
Adesso i giornali mostravano altro.
Complotto sventato a Londra.
Cellula identificata ad Amburgo.
Rete logistica scoperta a Marsiglia.
Il messaggio diventò semplice.
«È così che li troviamo.»
I governi europei collaborarono.
I britannici portarono la loro esperienza contro l’IRA.
I tedeschi quella contro la RAF.
Gli italiani quella maturata durante gli anni delle Brigate Rosse.
La guerra al terrorismo assunse sempre più l’aspetto di una gigantesca operazione investigativa internazionale.
Nel 2002 il dibattito sull’Iraq esplose.
Cheney e i neocon continuavano a chiedere l’invasione.
Le riunioni furono feroci.
Spesso urlate.
La CIA però non trovava ciò che cercavano.
Niente collegamenti operativi significativi con Al Qaeda.
Nessuna prova evidente di armi di distruzione di massa.
Ogni volta la stessa conclusione.
«Insufficiente.»
Bush iniziò a innervosirsi.
«E allora che facciamo con Saddam?»
Powell rispose senza esitazione.
«Lo stritoliamo.»
L’Iraq venne sottoposto a una pressione costante.
Le no-fly zone vennero rafforzate.
I contatti con i curdi aumentarono.
L’opposizione sciita ricevette sostegno indiretto.
I servizi americani penetrarono nell’apparato baathista.
Funzionari comprati.
Generali monitorati.
Commerci controllati.
Sanzioni mirate.
Nessun carro armato.
Nessuna invasione.
Solo una lenta erosione.
Come acqua sulla pietra.
Come la Guerra Fredda con l’Unione Sovietica.
Nel frattempo Long Shadow produceva risultati.
Arabia Saudita.
Somalia.
Pakistan.
Indonesia.
Yemen.
Le reti finanziarie di Al Qaeda venivano smontate pezzo dopo pezzo.
Gli analisti del Tesoro si guadagnarono una reputazione inattesa.
I giornali iniziarono a chiamarli:
i cacciatori di denaro.
Ogni conto congelato diventava una vittoria.
Ogni fondazione chiusa un successo strategico.
Ogni flusso interrotto una battaglia vinta.
A metà del 2003 l’organizzazione iniziò a mostrare segnali di sofferenza.
Le comunicazioni diminuirono.
I fondi divennero più scarsi.
I comandanti locali ricevevano ordini in ritardo.
Le cellule cominciarono a diffidare una dell’altra.
La paranoia si diffuse.
Era esattamente ciò che la CIA aveva previsto.
Un’organizzazione clandestina costretta a guardarsi continuamente alle spalle smette lentamente di pianificare.
Inizia semplicemente a sopravvivere.
Nel 2004 Bush affrontò la rielezione.
Molti prevedevano un disastro politico.
Non c’era stata una grande vittoria militare.
Nessuna Baghdad conquistata.
Nessuna statua abbattuta.
Eppure c’era qualcosa.
Per tre anni gli americani avevano visto una serie continua di successi.
Brevi.
Quasi anonimi.
Ma costanti.
Il messaggio era sempre lo stesso.
Li stiamo trovando.
Li stiamo prendendo.
Li stiamo eliminando.
Bush vinse.
Non trionfalmente.
Ma abbastanza.
Il cerchio attorno a Bin Laden continuava a stringersi.
Non grazie ai bombardamenti.
Non grazie ai carri armati.
Grazie ai corrieri.
Ai telefoni.
Ai trasferimenti di denaro.
Ai parenti.
Agli intermediari.
Un nome portava a un altro.
Un conto a un altro conto.
Un contatto a un altro contatto.
Come una ragnatela.
Nell’estate del 2006, un analista della CIA osservò una fotografia satellitare di una villa pakistana.
Non era una caverna.
Non era una fortezza.
Era una casa.
Anomala.
Troppo protetta.
Troppo isolata.
Troppo silenziosa.
L’indagine durò mesi.
Nessuna fretta.
Nessun annuncio.
Nessuna fuga di notizie.
Febbraio 2007.
Alle 03:17.
Due MH-60 attraversarono il confine pakistano.
Un piccolo gruppo di commandos Navy Seals scese a terra.
Venti minuti.
Non uno di più.
Quando gli elicotteri ripresero quota, il mondo non sapeva ancora nulla.
Neppure gran parte del governo americano.
Tre giorni dopo, alle 20:00.
Interruzione delle trasmissioni.
Schermo nero.
Comparve una fotografia di Osama bin Laden.
Sotto, una sola parola.
NEUTRALIZZATO
Fine del messaggio.
Dodici secondi.
Nei giorni successivi milioni di persone scesero in strada.
New York.
Washington.
Boston.
Chicago.
Los Angeles.
Non c’erano state invasioni.
Non c’erano state occupazioni.
Non c’erano state guerre infinite.
La vendetta era arrivata comunque.
Solo più lentamente.
Più silenziosamente.
Anni dopo, gli storici avrebbero discusso a lungo quella scelta.
I neocon l’avrebbero definita un’occasione mancata.
Altri l’avrebbero considerata il più grande successo dell’intelligence occidentale dalla Guerra Fredda.
Ma un dato sarebbe rimasto incontestabile.
Gli Stati Uniti non avevano combattuto la guerra che Al Qaeda si aspettava.
Non avevano cercato di conquistare montagne o deserti.
Avevano colpito ciò che teneva in vita l’organizzazione:
i soldi,
i contatti,
la fiducia,
il tempo.
E alla fine la rete era crollata non sotto il peso delle bombe, ma sotto il peso delle proprie connessioni spezzate.
La Guerra Lunga era stata vinta nell’ombra.
Come avrebbe potuto funzionare la “Guerra Ombra”
Secondo l’ipotesi sviluppata in questa ucronia, la grande intuizione strategica dell’amministrazione Bush sarebbe stata riconoscere che Al Qaeda non fosse uno Stato bensì una rete. Non possedeva industrie, eserciti regolari, città da difendere o infrastrutture strategiche da conquistare. Possedeva invece uomini, denaro, collegamenti, protezioni politiche, intermediari, simpatizzanti e una complessa struttura internazionale. Gli Stati Uniti avrebbero quindi potuto decidere di non combattere la guerra che il nemico si aspettava. Anziché concentrare centinaia di migliaia di soldati in Afghanistan e successivamente in Iraq, avrebbero potuto costruire una gigantesca macchina globale composta da CIA, NSA, FBI, Dipartimento del Tesoro, forze speciali e servizi segreti alleati. Lo scopo non sarebbe stato occupare territori ma smontare, nodo dopo nodo, l’infrastruttura operativa di Al Qaeda.
La nuova strategia si sarebbe basata su un principio semplice: ogni attentato avrebbe richiesto denaro, documenti, spostamenti, comunicazioni e supporto logistico. Interrompere anche uno solo di questi elementi avrebbe potuto compromettere un’intera operazione terroristica. Grazie alle capacità di intercettazione elettronica, ai satelliti, alle reti SIGINT e all’analisi finanziaria globale, gli Stati Uniti avrebbero cercato di mappare i movimenti di denaro che attraversavano il Golfo Persico, l’Europa, il Sudest asiatico e il Pakistan. Fondazioni apparentemente caritatevoli, società di copertura, canali informali di trasferimento dei fondi e finanziatori privati sarebbero stati identificati e colpiti. In questa visione, il centro di gravità della guerra non sarebbe stato Kabul ma il denaro stesso. I fondi sequestrati avrebbero potuto finanziare ulteriori indagini e operazioni clandestine, trasformando le risorse dell’avversario in strumenti per accelerarne la sconfitta.
Parallelamente, squadre di operatori speciali avrebbero agito in modo chirurgico. Non sarebbero state impiegate per conquistare province o presidiare territori ostili, ma per catturare, eliminare o monitorare bersagli ad alto valore. Una base logistica individuata tramite intercettazioni sarebbe potuta essere distrutta da un missile da crociera; un corriere seguito per mesi avrebbe potuto condurre agli organizzatori di un attentato; un dirigente locale di Al Qaeda sarebbe potuto comparire improvvisamente a Guantanamo dopo una silenziosa operazione notturna. Come nell’esempio di Bletchley Park (decifrazione del codice Enigma della Germania nazista) durante la Seconda guerra mondiale, il principio non sarebbe stato mostrare come si acquisivano le informazioni, ma utilizzare l’intelligence senza rivelarne la portata.
Un elemento essenziale della strategia sarebbe stato il controllo della narrazione pubblica. Una democrazia difficilmente accetta una guerra completamente invisibile. L’amministrazione avrebbe quindi potuto adottare una comunicazione molto selettiva: brevi filmati televisivi, fotografie satellitari di un deposito distrutto, l’annuncio della cattura di un comandante terroristico, l’immagine di un elicottero che rientra alla base dopo una missione riuscita. Non sarebbero stati rivelati i metodi, ma solo i risultati. Il messaggio sarebbe stato semplice: “Stiamo agendo. Stiamo vincendo. Abbiate fiducia.”
Se una simile strategia fosse stata adottata, avrebbe probabilmente generato diversi vantaggi. Innanzitutto avrebbe evitato agli Stati Uniti il peso di una grande occupazione dell’Afghanistan. Invece di impegnarsi per anni nel controllo di province remote, nella protezione delle linee di comunicazione e nella costruzione di uno Stato moderno in un contesto estremamente complesso, Washington avrebbe potuto concentrare direttamente risorse e attenzione sul proprio obiettivo primario: Al Qaeda.
Anche sul piano economico le differenze sarebbero potute essere enormi. Le risorse impiegate nelle guerre di Afghanistan e Iraq avrebbero potuto essere destinate a intelligence, tecnologia, droni, forze speciali, sorveglianza finanziaria e cooperazione internazionale. Pur non trattandosi di una strategia economica in senso assoluto, il suo costo complessivo avrebbe probabilmente potuto risultare molto inferiore rispetto al mantenimento di due lunghi conflitti convenzionali.
Sul piano politico, l’amministrazione americana avrebbe potuto evitare una delle controversie più profonde dell’era Bush: il dibattito sulle armi di distruzione di massa irachene. In questa timeline alternativa, l’Iraq sarebbe stato sottoposto a una forte pressione attraverso sanzioni, infiltrazioni, sostegno all’opposizione interna e rafforzamento delle no-fly zone, ma senza invasione. Ciò avrebbe probabilmente preservato una maggiore coesione tra gli alleati occidentali ed evitato parte della perdita di credibilità che seguì alla guerra del 2003.
I benefici umani avrebbero potuto essere ancora più significativi. Migliaia di militari americani non sarebbero stati impiegati in lunghe campagne di occupazione. Allo stesso tempo, una quota potenzialmente rilevante delle vittime civili legate ai conflitti afghano e iracheno avrebbe potuto essere evitata. Inoltre, il mancato collasso dello Stato iracheno avrebbe forse ridotto le condizioni che, nella realtà, favorirono la successiva emersione dello Stato Islamico.
Naturalmente questa strategia non avrebbe garantito automaticamente il successo. Avrebbe richiesto anni, pazienza politica e una notevole fiducia dell’opinione pubblica nelle istituzioni. Un singolo grande attentato riuscito negli anni successivi all’11 settembre avrebbe potuto rafforzare le richieste di una risposta militare tradizionale. Tuttavia, se fosse riuscita a mantenere la pressione finanziaria, informativa e operativa su Al Qaeda, la “Guerra Ombra” avrebbe potuto trasformarsi in una gigantesca operazione globale di intelligence e logoramento. Invece di puntare alla conquista di città e territori, avrebbe cercato di sottrarre progressivamente all’organizzazione tutto ciò che le consentiva di funzionare: denaro, comunicazioni, libertà di movimento, fiducia reciproca e capacità di coordinamento. In questa prospettiva, la vittoria non sarebbe arrivata con una bandiera issata su una città conquistata, ma con una rete terroristica progressivamente isolata, impoverita e incapace di operare su scala internazionale.
Prendendo spunto da Tom Clancy…
Nella logica di questa ucronia, l’amministrazione Bush avrebbe potuto ispirarsi a dinamiche già raccontate da Tom Clancy in Pericolo Imminente (Clear and Present Danger, 1989) e Debito d’Onore (Debt of Honor, 1994). Nei suoi romanzi, Clancy descrive un apparato statale americano capace di integrare CIA, FBI, NSA, Dipartimento della Giustizia e Dipartimento del Tesoro in una singola macchina investigativa e operativa. Applicata ad Al Qaeda, questa filosofia avrebbe significato seguire il denaro prima ancora degli uomini: intercettazioni elettroniche, analisi dei trasferimenti bancari, monitoraggio delle comunicazioni internazionali, infiltrazione di intermediari finanziari e identificazione delle società di copertura. La NSA avrebbe individuato le connessioni, l’FBI avrebbe ricostruito le reti presenti negli Stati Uniti, la CIA avrebbe operato all’estero contro finanziatori e facilitatori, mentre il Dipartimento della Giustizia avrebbe ottenuto sequestri e congelamento dei fondi. Come spesso accade nei romanzi di Clancy, il bersaglio non sarebbe stato soltanto il leader dell’organizzazione, ma l’intero sistema che gli permette di esistere. In questa prospettiva, ogni conto bloccato, ogni fondazione chiusa e ogni canale di finanziamento interrotto avrebbe rappresentato una vittoria strategica pari, o persino superiore, alla distruzione di una base terroristica.
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